Le simulazioni dell’universo primordiale suggeriscono che le stelle potrebbero essersi scontrate frequentemente in ammassi molto densi. Secondo i ricercatori, le collisioni più lente potrebbero aver causato fusioni ripetute, dando origine a stelle eccezionalmente massicce che in seguito sono collassate in buchi neri più grandi di quelli formati da singole stelle. Questi buchi neri potrebbero aver fatto da semi per i primi buchi neri supermassicci.

L’ipotesi affronta un enigma di lunga data: il James Webb Space Telescope ha rilevato buchi neri supermassicci risalenti a quando l’universo aveva meno di un miliardo di anni. Crescere fino a raggiungere milioni o miliardi di volte la massa del Sole attraverso l’accrescimento di materia e le fusioni richiederebbe normalmente almeno tutto quel tempo, spingendo i ricercatori a chiedersi se i buchi neri siano nati da semi più grandi del solito.

Nelle simulazioni del team, gli ammassi densi permettevano alle stelle di fondersi ripetutamente. Alcune potevano raggiungere dimensioni straordinarie prima di collassare, formando potenzialmente buchi neri di massa intermedia. Claire Williams, membro del team dell’Università della California, Los Angeles, ha affermato che il modello suggerisce che una stella potrebbe raggiungere una massa paragonabile a quella di un intero ammasso prima di collassare in un buco nero massiccio.

Lo stesso processo potrebbe anche contribuire a spiegare i Little RED Dots del JWST: oggetti compatti osservati nell’universo primordiale che sembrano essere scomparsi quando il cosmo aveva circa due miliardi di anni. I ricercatori ipotizzano che questi oggetti fossero ammassi stellari densi, interessati da collisioni ripetute, e che le stelle massicce risultanti abbiano infine formato buchi neri di massa intermedia.

Secondo la spiegazione proposta, le condizioni che favorivano la formazione di ammassi simili erano più comuni quando l’universo era giovane e caotico. Con l’espansione e il raffreddamento del cosmo, queste regioni si sono trasformate in galassie più ordinate, facendo potenzialmente venir meno gli ambienti estremi necessari alla persistenza dei Little Red Dots. Lo studio è stato pubblicato su The Astrophysical Journal il 26 ottobre.

Fonti: Space.com.