Il gene egoista di Richard Dawkins, pubblicato nel 1976 con una tiratura iniziale di appena 5.000 copie, ha finito per vendere milioni di copie ed è diventato una delle opere di divulgazione scientifica più influenti. Mezzo secolo dopo, rimane un’introduzione ampiamente utilizzata al pensiero evoluzionistico per i lettori non specialisti.

L’impatto duraturo del libro poggia in parte sulla sua provocatoria immagine centrale: gli esseri umani e gli altri organismi vengono presentati come macchine per la sopravvivenza al servizio di geni plasmati dalla selezione naturale. Dawkins utilizzò questo quadro per spiegare come potesse emergere da processi descritti come “egoistici” a livello genetico un comportamento apparentemente altruistico, compreso l’altruismo animale.

Anche la sua formazione da zoologo contribuì a rendere accessibile l’argomentazione. Vividi esempi riguardanti leoni, formiche, falchi e api mellifere offrivano ai lettori descrizioni coinvolgenti del comportamento animale, illustrando al contempo le tesi più ampie del libro.

Tuttavia, l’anniversario ha suscitato nuove critiche. Lo storico della scienza Nathaniel Comfort ha sostenuto sulla rivista Nature che l’adesione del libro a una forma semplice di determinismo sia problematica. L’enfasi di Dawkins sui geni come principale oggetto della selezione naturale portò inoltre a disaccordi pubblici con biologi tra cui Stephen Jay Gould, riflettendo una controversia più ampia sul fatto che la selezione debba essere compresa principalmente a livello dei geni, degli organismi o dei gruppi.

Altri biologi hanno contestato l’apparente tendenza del libro a trattare i caratteri come adattamenti, trascurando l’importanza della casualità e del caso nell’evoluzione. Il suo campo d’attenzione è inoltre in gran parte limitato agli animali. L’opera è diventata ulteriormente difficile da valutare separatamente dagli scritti successivi di Dawkins e dalle sue controverse dichiarazioni al di fuori del suo ambito scientifico.

Leggere Il gene egoista insieme ai suoi critici, tra cui Gould, Richard Lewontin, Hilary Rose e Steven Rose, offre una prospettiva più ampia sui dibattiti evoluzionistici che contribuì a inasprire. L’ex tutor di Dawkins a Oxford, Arthur Cain, lo descrisse come un libro da giovane e suggerì che il suo autore avrebbe potuto in seguito riconsiderare alcune delle sue tesi più perentorie. Dawkins non si ritrattò sostanzialmente, ma la resistenza da esse suscitata contribuì a un vivace dibattito scientifico.

L’influenza letteraria del libro si è dimostrata più duratura. Il filosofo John Dupré, pur dissentendo dalla prospettiva scientifica di Dawkins, lo ha descritto come un modello di efficace scrittura scientifica divulgativa. Il suo successo derivò dall’assumere una posizione chiara in un dibattito scientifico attivo e dal presentarla con sicurezza ed energia retorica, anziché affidarsi esclusivamente all’istruzione.

La scienza evoluzionistica si è sviluppata dal 1976 e Il gene egoista non è privo di gravi limitazioni. Tuttavia, gli autori che cercano di sostituirlo nell’immaginario collettivo devono fare i conti con la chiarezza, l’ambizione e la forza argomentativa che lo hanno reso così duraturo.

Fonti: The Guardian Science.