Il libro di Geoffrey Galt Harpham, The Ends of Race: The Rise and Fall of a Scientific Myth, esamina come gli scienziati dell’Ottocento abbiano cercato di stabilire divisioni biologiche tra i gruppi umani e di classificarli in categorie razziali fisse. Gli studi si basavano su metodi tra cui la misurazione del cranio e dei tratti del viso, ed erano condizionati da interessi sociali e politici, tra cui la schiavitù.
Tra le figure esaminate figurano l’antropologo statunitense Josiah Nott e l’antropologo francese Julien-Joseph Virey, che presentarono le persone nere come biologicamente inferiori utilizzando prove descritte dal libro come profondamente viziate. Nott sosteneva che le razze umane fossero specie separate e affermava che l’incrocio tra gruppi distanti producesse discendenti deboli o sterili.
Il medico statunitense Samuel George Morton sviluppò un’altra versione influente della teoria negli anni Trenta dell’Ottocento. Sosteneva che le dimensioni e la forma del cranio riflettessero le dimensioni del cervello e le capacità intellettive, quindi classificava i gruppi razziali in base alle misurazioni craniche medie, collocando i caucasici al primo posto e le persone da lui classificate come etiopi all’ultimo.
Harpham fa risalire le origini di questo modo di pensare in parte al sistema di classificazione degli organismi viventi elaborato da Carl Linnaeus nel 1735. Sebbene la tassonomia di Linnaeus costituisse un’importante conquista scientifica, incoraggiò anche i ricercatori successivi a considerare le differenze umane come divisioni paragonabili a quelle tra le specie.
Il libro sottolinea che la schiavitù fornì un contesto importante per queste affermazioni. Nott e Morton rappresentavano le gerarchie razziali come leggi permanenti della natura, contribuendo a legittimare i rapporti esistenti tra schiavisti e persone schiavizzate. Le loro idee ricevettero all’epoca scarsa opposizione perché servivano gli interessi di coloro che traevano beneficio dalla schiavitù.
La situazione cambiò intorno al 1900, quando gli studiosi iniziarono a pubblicare ricerche che mettevano in discussione le teorie oppressive della scienza della razza. Secondo il resoconto, il concetto di razza biologica fu infine screditato attraverso l’uso di approcci scientifici più affidabili, rendendo il suo rifiuto un esempio di autocorrezione scientifica.
Quando le scienze naturali si allontanarono dall’idea della razza come realtà biologica, autori tra cui W. E. B. Du Bois poterono invece sviluppare una concezione della razza come identità sociale e culturale, anche come base della solidarietà tra le persone nere. Il resoconto di Harpham presenta questo cambiamento come un esito costruttivo dello smantellamento di un mito scientifico, osservando al contempo che gli effetti delle teorie precedenti sono ancora presenti.
Fonti: Nature.