L’abbandono delle aree rurali da parte delle persone non consente sempre alla natura di riprendersi. In Giappone e in alcune zone d’Europa, gli studi hanno rilevato che la biodiversità può diminuire quando le comunità si riducono e si interrompe la gestione tradizionale del territorio, mettendo in discussione l’idea che i paesaggi abbandonati vadano inevitabilmente a vantaggio della fauna selvatica.

Uno studio guidato dall’ecologo Kei Uchida della Tokyo City University ha esaminato i dati relativi a 464 specie di uccelli, farfalle, lucciole e rane, oltre a quasi 3.000 specie vegetali, in diversi paesaggi giapponesi. I dati riguardavano periodi da cinque a 17 anni a partire dal 2004. La biodiversità è diminuita nelle zone interessate dallo sviluppo o da un’agricoltura più intensiva, ma i ricercatori hanno rilevato cali anche dove le persone se ne erano andate.

Nei paesaggi intorno al monte Tenran, i volontari contribuiscono alla cura di foreste, risaie e prati. Queste attività favoriscono gli habitat di specie come il topo selvatico eurasiatico e due tipi di lucciole. Per secoli, gli abitanti della regione hanno tagliato gli alberi e rimosso le foglie cadute, mantenendo i boschi relativamente aperti. Senza queste attività, le foreste possono diventare più fitte e perdere le condizioni favorevoli ad alcune piante e insetti.

La perdita di abitanti può comportare anche cambiamenti concreti negli habitat. Quando l’irrigazione si interrompe, gli anfibi e molti insetti possono perdere le condizioni necessarie per riprodursi. I terreni abbandonati possono diventare aridi e frammentati, rendendo più difficile il ritorno delle specie. Fenomeni analoghi sono stati segnalati in Albania, Bulgaria, Croazia e Grecia, dove l’abbandono delle aree rurali è stato associato a effetti negativi sulle comunità di uccelli, in particolare sulle specie dei terreni agricoli.

Altri esempi mostrano quanto la fauna selvatica dipenda dai paesaggi modellati dalle persone. In Svezia, le praterie seminaturali mantenute dal bestiame offrono un habitat a molte specie minacciate, ma in alcune regioni la loro estensione è diminuita drasticamente con il cambiamento degli usi rurali del territorio. In Spagna, il calo del numero di capi di bestiame può ridurre il cibo disponibile per gli avvoltoi e altri animali necrofagi, mentre la rimozione dei confini tra i campi e dei muretti a secco può eliminare i rifugi per la fauna selvatica.

Secondo i ricercatori, gli effetti dipendono dalle specie e dai luoghi. Alcune traggono beneficio dalle risaie, dal pascolo, dallo sfalcio o dai margini delle foreste, e molte dipendono da un paesaggio variegato mantenuto grazie ad attività occasionali e a basso impatto. Non esiste però una regola universale: i grandi predatori, come i lupi, possono trovarsi meglio dove le persone sono assenti, mentre nelle regioni tropicali la perdita di habitat resta una preoccupazione più urgente dello spopolamento.

I risultati evidenziano una sfida per la conservazione nei paesi in cui la popolazione rurale è in calo. I ricercatori hanno proposto di sostenere l’agricoltura su piccola scala e di preservare gli habitat attraverso la cura del territorio da parte delle comunità locali, affiancando a questi interventi strategie che permettano alla natura di svilupparsi con meno interferenze. In alcuni ecosistemi, la conservazione potrebbe dipendere non solo dalla protezione del territorio, ma anche dal sostegno alle persone e alle pratiche che hanno contribuito a modellarlo.

Fonti: Nature.